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Le ''parole forti'' della cooperazione internazionale. Un seminario per cominciare

Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) sancisce, con un appuntamento pubblico, l’inizio del proprio impegno nel campo della cooperazione internazionale.

 

Il seminario nazionale "Né truppe embedded né pietosi soccorritori", svoltosi a Roma il 28 febbraio e il 1° marzo 2005, è stato appunto la prima occasione pubblica di confronto organizzata dal Gruppo Tematico Internazionale della Federazione, a cui partecipano operatori delle diverse organizzazioni aderenti al CNCA che hanno attivato progetti di cooperazione internazionale.
In particolare, all’incontro del 28 febbraio, che si è tenuto presso la sede della Provincia di Roma (la quale ha concesso il proprio patrocinio), sono stati invitati rappresentanti delle istituzioni, delle Ong, del terzo settore, esperti che hanno offerto stimolanti riflessioni per la riunione del giorno successivo, riservata invece ai componenti del Gruppo Tematico.

Armando Zappolini, coordinatore del Gruppo Tematico Internazionale, ha aperto i lavori del 28 febbraio, chiarendo che con tale evento si apre per il CNCA un percorso di conoscenza.
La Federazione ha sentito la necessità di creare un gruppo ad hoc sui temi dello sviluppo e dei rapporti Nord/Sud anche in considerazione del fatto che molte organizzazioni aderenti sono impegnate in iniziative di cooperazione internazionale: al momento, sono stati censiti ben 53 progetti attivati da gruppi associati.
L’obiettivo immediato del Gruppo Tematico è quello di individuare le "parole forti" e lo "stile" con cui fare cooperazione, in linea con i valori e le riflessioni che hanno guidato l’azione del CNCA nei suoi diversi settori di intervento.
Per far questo, occorre prima di tutto ascoltare e iniziare a conoscersi.
Zappolini, infine, ha preannunciato che, successivamente al presente appuntamento, sono previsti altri due seminari nazionali: uno sui temi dell’immigrazione nel nostro paese, in data 18-19 aprile, a Foggia; l’altro sulle politiche sociali e i diritti dei popoli nel quadro della globalizzazione, a giugno, nel Veneto. L’obiettivo di questo inizio di percorso è arrivare a un forum nazionale che, raccogliendo le riflessioni condivise attraverso questi diversi appuntamenti, sancisca con chiarezza il "modo" in cui il CNCA vuole fare cooperazione internazionale.

Nando Simeone, vice presidente del Consiglio della Provincia di Roma, ha poi espresso il suo orientamento personale sul tema della cooperazione.
A suo avviso, occorrerebbe innanzitutto coordinare l’azione di Municipi, Comune e Provincia, attraverso un organismo ad hoc. Ad esso dovrebbe aggiungersi un organismo di coordinamento istituzioni/volontariato. Simeone invita a cercare di perseguire questi obiettivi: sarebbe un grande risultato politico riuscire a organizzare tali livelli di coordinamento.

Prende poi la parola Rosario Lembo, segretario del Comitato italiano Contratto Mondiale sull’Acqua. Lembo – per 15 anni segretario di Mani Tese e per altrettanti presidente del CIPSI – inizia la sua relazione rammentando la fase difficile, di vera e propria rifondazione, in cui si trovano la cooperazione e la solidarietà internazionali.
Anzi, a suo avviso, sarebbe importante distinguere i due termini: la cooperazione internazionale è un’attività svolta in prevalenza dagli stati e dagli organismi multilaterali e risponde a un’insieme di esigenze anche economiche e geopolitiche; il volontariato e il terzo settore farebbero bene a concentrarsi su esperienze di solidarietà internazionale che, libere dalle maglie e dai condizionamenti delle grandi istituzioni, riescano davvero – nel rapporto diretto e personale con le persone e le comunità del Sud del mondo – a inverare in esse i principi di giustizia e di condivisione.
Una fase di rifondazione richiede creatività, ma anche il coraggio di mettersi in discussione.
Ed è bene – per Lembo – partire dalla storia della cooperazione, così da capire in che direzione muoverci oggi.
La cooperazione internazionale viene lanciata dal presidente americano Truman nel ’49. Di fatto, prende il posto delle politiche coloniali attuate dagli stati occidentali per lungo tempo. L’idea base è che alcuni paesi sono sviluppati, altri no. Favorire la crescita economica di questi ultimi diventa l’obiettivo di un programma che si vorrebbe audace. La cooperazione, quindi, si pone l’obiettivo di aumentare il PIL dei paesi ora definiti "sottosviluppati" e, contemporaneamente, il reddito pro-capite delle popolazioni. In tale impostazione è chiaro che il modello di sviluppo occidentale è proposto come riferimento per tutti gli interventi di cooperazione.
L’ONU stessa definisce la cooperazione internazionale come un dovere per gli stati, che dovrebbero mettere a disposizione le risorse a favore dei popoli sottosviluppati.
Le organizzazioni non governative (Ong) nascono dall’indignazione nei confronti dello scandalo della fame, problema di cui le nazioni ricche si disinteressano: l’origine sta, quindi, in un desiderio e una ricerca di giustizia.
Fino alla caduta del Muro di Berlino, la cooperazione sconta anch’essa una divisione in blocchi: da una parte chi punta sullo sviluppo (i "filoamericani"), dall’altra chi predilige la giustizia (i "filosovietici").
È nell’evoluzione di questo percorso la nascita delle esperienze di partenariato.
Quanto agli attori della cooperazione, Lembo cita diversi soggetti: le grandi agenzie internazionali (Unicef, FAO…); gli organismi di carattere finanziario (FMI e Banca mondiale); gli organismi preposti alla regolazione del commercio internazionale (Unctad prima, WTO poi); l’OCSE; i paesi donatori, cioè quelli più ricchi; le espressioni organizzate della società civile (le Ong); variegati soggetti autonomi di cooperazione internazionale che – non essendo vere e proprie Ong – creano relazioni dal basso con il Sud del mondo.
I rapporti che si registrano in quest’ambito sono di tre tipi: bilaterali (riguardano le relazioni tra un paese donatore e un paese "sottosviluppato"; multilaterali (coinvolgono le agenzie e i programmi a cui concorrono più soggetti finanziatori); diretti (come sono quelli attivati dalle Ong e dai soggetti autonomi.
I principali strumenti che vengono impiegati sono: i doni, i crediti e prestiti, i canali commerciali, l’assistenza umanitaria.
L’azione di cooperazione si è andata sempre più strutturando nei termini del progetto, che deve contenere: obiettivi generali e specifici, mezzi, durata, modalità di esecuzione, valutazione (dell’impatto socio-economico).
Anche la tipologia di interventi promossi dalle Ong è plurale: volontariato (invio di persone per fare insieme), microprogetti (risposta puntuale a un bisogno), progetti veri e propri, adozione a distanza, relazione di partenariato in cui si condividono cultura, principi, progetti politici e di pressione (come nel caso del sostegno ai movimenti contadini in Africa o in Brasile).
Infine, le motivazioni e i valori che guidano la cooperazione possono essere di tipo molto differente:
- avere una valenza tecnico-economica: far crescere la ricchezza nazionale di un paese per ridistribuirla tra la sua popolazione);
- rispondere a logiche geopolitiche: così i paesi comunisti, da una parte, e il blocco dei paesi Nato dall’altra, aiutavano solo gli stati che rientravano nelle rispettive zone di influenza; oggi, ciò significa soprattutto subordinare la cooperazione a processi di "esportazione della democrazia" (ti aiuto solo se metti in atto i processi – democratici – che voglio io);
- essere messa al servizio della limitazione dei flussi migratori: aiutiamoli a casa loro così non verranno a casa nostra;
- essere subordinata al mito della modernizzazione: i bisognosi di oggi come potenziali consumatori del mercato globale.
Tre sono le fasi che, per Lembo, costituiscono la storia della cooperazione internazionale:
1. una prima fase all’insegna della crescita economica (anni Cinquanta)
2. una seconda fase in cui si promuove uno "sviluppo integrato" che – mobilitando capitali, risorse, materiali, know how – tenta di dare risposte ai bisogni di base (anni Sessanta-Settanta)
3. una terza fase guidata dall’idea dello sviluppo umano e sostenibile (che arriva fino ai giorni nostri).
In queste diverse fasi, l’ONU ha sempre avuto un ruolo guida, indicando – con i suoi tecnici e le sue decisioni politiche, i piani decennali – gli obiettivi e il modello da seguire. Da 10-15 anni ciò non è più vero oggi: tutto, anche l’aiuto ai paesi più poveri, è lasciato al mercato e alla sua logica. L’ONU non è più il gestore dello sviluppo, tutt’al più si limita a organizzare grandi forum, ma tali appuntamenti sono organizzati da agenzie private e non dagli esperti del Palazzo di Vetro.
Un miliardo e trecento milioni di persone nel mondo non ha accesso all’acqua. I paesi del Nord non hanno rispetto gli impegni che avevano preso in sede internazionale per sanare questa situazione. Oggi, addirittura si afferma pubblicamente che, entro il 2015-2020, se va bene, l’acqua potabile verrà portata a 670 milioni di persone, cioè la metà della cifra totale attuale (ma non di quella relativa al 2015, che sarà certamente aumentata). Come si fa ad accettare tutto ciò? Come si fa a considerarlo "un grande obiettivo del Millennio"? Come fanno alcune Ong ad appoggiare una proposte del genere quando, invece, dovrebbero andare in piazza a bruciare i simboli di questa campagna promossa dall’ONU?
Abbiamo visto, recentemente, crescere il ruolo della cooperazione europea. Ma, proprio a livello UE, troviamo delle contraddizioni fortissime: gli aiuti, ingenti, che la commissione europea assicura agli agricoltori europei impedisce ai contadini del Sud di poter commerciare i propri prodotti sul mercato mondiale. È questa una spia del fatto che le politiche dell’UE non sono ispirate al principio della lotta alla povertà. In verità, l’UE guarda all’Europa dell’Est, ai Balcani: la cooperazione è uno strumento per aprire lì nuovi mercati e per formare quindi nuovi consumatori.
La cooperazione oggi è soprattutto questo: investimenti per aprire nuovi mercati, senza pensare ai diritti delle persone. (Così, d’altra parte, si sono espressi il presidente del Consiglio quando ha chiesto ai nostri ambasciatori di trasformarsi in broker del made in Italy, e lo stesso presidente della Repubblica, nel suo recente viaggio in Cina, che ha proposto di sottoscrivere un patto strategico tra Italia e Cina, dimenticandosi della violazione dei diritti umani).
Lembo ha poi affrontato direttamente i tre interrogativi che nella presentazione del seminario dovevano fungere da traccia dell’incontro. I primi due – abbattimento degli aiuti pubblici e trasparenza – li ha definiti propri di una logica tradizionale.
Sulla prima questione, Lembo ha precisato che è inutile combattere una guerra per aumentare le risorse destinate all’aiuto pubblico allo sviluppo quando la logica stessa della cooperazione – così pericolosa – rimane invariata: una logica che favorisce, di fatto, lo sfruttamento e provoca omologazione.
Sulla seconda, Lembo ricorda che proprio il tema della trasparenza nell’uso delle risorse da parte dei paesi del Sud del mondo è agitato proprio dai paesi ricchi per non investire nello sviluppo; inoltre, esso può, tutt’al più, favorire la formazione di buoni amministratori.
Per l’esponente del Contratto mondiale sull’Acqua è la terza domanda posta dal CNCA quella decisiva: come fare della cooperazione uno strumento di liberazione dei popoli?
È questo l’interrogativo che dovrebbe guidare la ridefinizione di un modello di cooperazione internazionale. La cooperazione dominante – in particolare quella tra stati – infatti, risponde a una logica di sviluppo capitalistico.
Si tratta di re-inventare un concetto di solidarietà internazionale – fondato sulle relazioni dirette tra comunità, gruppi, persone.
In fondo, sia noi cittadini del Nord sia le popolazioni del Sud siamo sottoposti allo stesso regime di sottomissione al mercato. Ad esempio, noi abbiamo l’accesso all’acqua potabile, eppure il mercato spinge perché acquistiamo acqua minerale in bottiglia. E così ci ritroviamo come il contadino dei paesi poveri che non ha accesso all’acqua potabile ed è costretto a comprarla.
Le relazioni tra Nord e Sud dovrebbero essere impostate sulla difesa dei diritti fondamentali, sulla pace, sulle relazioni umane non commerciali.
In questo senso, il decentramento apre delle prospettive nuove: gli Enti locali possono ora muoversi autonomamente senza seguire il modello della legge 49; possono essere protagonisti di questa ri-fondazione della cooperazione. Bisognerà verificare chi di essi è disponibili a fare questo cammino innovativo con noi.
Le esperienze di solidarietà internazionale dovrebbero essere occasioni di partecipazione: la comunità del Sud va coinvolta nella gestione di ciò che la riguarda, usando tutti gli strumenti possibili – come il bilancio partecipato. La creazione di luoghi e tempi in cui si con-vive, ci si rispetta, si costruisce un mondo di pace dovrebbero essere criteri fondamentali dell'azione volontaria.
Si tratta, quindi, di ripartire dall’ascolto: non andare con il progettino in tasca in cui tutto è già deciso, ma incontrarsi, parlare, vedere insieme cosa fare. Oggi, le persone vogliono rispetto e partecipazione. Il progetto economico-finanziario non è il fine della solidarietà: prima viene la relazione umana.
È essenziale sganciare la solidarietà internazionale dalla politica estera. Forse sarebbe opportuno creare una struttura ad hoc che risponde ad altre finalità.
Le vicende di questi mesi seguite alla tragedia dello tsunami sono significative: nelle donazioni tendiamo a dare una delega in bianco allo stato e alle Ong, invece di chiedere conto di come sono stai spesi i soldi. La donazione diventa marketing e strumento di una (ghiotta) ricostruzione.
Si capisce anche da qui, per Lembo, che la solidarietà va reinventata.

Luca De Fraia, responsabile Dipartimento Campagne e Politiche di Actionaid International, comincia il suo intervento mostrando un articolo apparso sul quotidiano Avvenire, intitolato "Sviluppo, l’Europa ha il cuore tiepido".
L’organizzazione di cui fa parte – Actionaid International – può contare su 300mila donatori. Per De Fraia, la critica alla delega è giusta, ma non va assolutizzata: è grazie a questa risorsa che la sua organizzazione può permettersi di muoversi autonomamente rispetto ai governi e alle agenzie internazionali.
Da qualche tempo la sede centrale è stata trasferita da Londra a Johannesburg,marcando così chiaramente che il centro dell’organizzazione sta nel Sud del mondo.
Al momento Actionaid è impegnata in tre campagne: per il diritto al cibo e la sovranità alimentare; per il contrasto all’HIV; per lo sviluppo dell’educazione.
Actionaid non prevede nel suo organico la figura dell’espatriato: l’esperto italiano o inglese che si trasferisce nel Sud del mondo per spiegare lì cosa va fatto. Vi è invece una rete di organizzazioni sorelle, in tutto il mondo, che mobilitano le risorse nei loro territori. Nella divisione dei compiti, alle organizzazioni del Nord spetta il reperimento dei fondi. L’obiettivo finale del processo è che si arrivi a decidere tutti insieme, alla pari, dove e come vanno investiti i soldi raccolti.
Anche Actionaid sta cambiando la natura delle proprie azioni: da realizzatori di opere (ospedali, latrine…) a promotori di diritti, in una logica di empowerment che significa investimenti in formazione, cultura tecnica ed economica.
In questo senso, Actionaid ritiene di non fare "cooperazione", così come il termine è stato inteso da Lembo.
Sicuramente – riconosce De Fraia – la cultura egemone è tecnica, usa indicatori grossolani come il PIL. Actionaid punta, invece, sulla responsabilità degli stati e delle istituzioni del Nord e del Sud del mondo.
Per De Fraia, comuque, vi deve essere una divisione del lavoro: le Ong non sono fazioni politiche, non determinano gli scenari generali. Possono, invece, esercitare una irrinunciabile funzione di controllo sugli stati.
L’Italia, per fare un esempio, ha investito in missioni "di pace" all’estero, solo nel 2003, un miliardo e trecento milioni di euro, ben più di quanto ha speso per gli aiuti bilaterali. È certo degno di nota che meno dell’1% dei soldi spesi dalla cooperazione italiana vadano a settori primari come alimentazione, salute, istruzione.
La questione del debito evidenzia le difficoltà in cui si trovano le Ong: chiedere la cancellazione del debito ci mette contro le istituzioni politiche. C’è un livello di ingaggio con le istituzioni che è una parte del nostro lavoro e ci espone alle critiche.
Verifichiamo continuamente che i governi falliscono rispetto agli stessi obiettivi da loro fissati.
In verità, lo stesso concetto di "aiuto pubblico allo sviluppo" contiene dentro di sé cose molto diverse e apre più questioni: è poco o tanto? Che relazione c’è tra aiuti e commercio per lo sviluppo del Sud? Se prendiamo in considerazione la composizione del debito, osserviamo che i 3/5 dei debiti verso paesi stranieri è formato da crediti al commercio, garantiti dallo stato tramite un organismo chiamato Sace (se diventano inesigibili, l’imprenditore li cede allo stato). E i crediti allo sviluppo funzionano in questo modo: io stato ti do qualcosa e tu paese povero, in cambio, con quei soldi, compri prodotti e servizi dalle mie aziende.
Se arrivati al punto che c’è chi afferma che non possiamo cambiare le cose perché ci sarebbe una rivolta tra tutti i soggetti coinvolti.
Se valutiamo i flussi di denaro Nord/Sud ci accorgiamo che il flusso in partenza dal Nord è di 58 miliardi di dollari, ma – di questi – solo 28 arrivano effettivamente nel Sud. Senza contare che si bara sulle cifre: la Banca mondiale stessa ha notato che, in realtà, a quei 58 miliardi andrebbero aggiunti 23,9 milioni di dollari, egualmente sottratti al Sud a cui pure si afferma che siano destinati.
Quanto alla questione sicurezza, c’è anche chi vorrebbe che la missione in Iraq fosse considerata "aiuto allo sviluppo".
Sicuramente, dobbiamo vigilare su tutto ciò. L’aiuto pubblico allo sviluppo, infatti, è aumentato, ma la quota di esso che raggiunge effettivamente il Sud del mondo è veramente ridotta.
Ora ci si augura che le recenti dichiarazioni in sede G8, sulla spinta principalmente della Gran Bretagna, possano portare a qualche decisione, e azione, positiva sia sul fronte del debito sia sul fronte della povertà.

Filippo Miraglia, responsabile Settore Immigrazione dell’ARCI nazionale, precisa che, a suo avviso, il tema dell’immigrazione non ha niente a che fare con la cooperazione (l’opinione comune – ricordata anche da Lembo – di aiutarli a stare "nei paesi loro").
In realtà, lo sviluppo dei paesi del Sud del mondo è sostenuto ben più dagli stessi immigrati: le rimesse solo nel 2000 ammontavano a 150 bilioni di dollari. Bisognerebbe far conoscere questo dato e il fatto che, in diversi stati, la quota totale delle rimesse è superiore al budget stesso di quel paese.
Sarebbe utile, forse, coinvolgere gli immigrati che sono nel nostro paese per comprendere i bisogni dei loro connazionali.
Dal settembre 2001 l’Italia ha speso 164 miliardi di lire per contrastare l’arrivo degli immigrati sul nostro territorio e solo 38 miliardi per formare i giovani del Sud del mondo nei loro paesi. Ciò significa che il nostro obiettivo è fermare gli immigrati, anche se questo è impossibile.
E poi, negli ultimi anni, abbiamo regolarizzato 1 milione ottocentomila immigrati, cioè quasi tutti quelli presenti sul territorio nazionale.
Non si smette, comunque, di mettere i bastoni tra le ruote: per poter chiedere il visto devo prima aver ottenuto il nulla osta. Ma se poi il nulla osta dura due mesi e per ricevere il visto occorrono otto mesi, il gioco non regge più: così si spingono le persone verso le mafie. Ogni volta che rendiamo l’arrivo regolare in Italia più difficile, sale il prezzo del biglietto dei viaggi offerti dai circuiti criminali.
È stata persino commissionata una ricerca a Carlo Jean per valutare l’impatto di un’arma da usare sui clandestini in mare, che non gli procurasse danni seri e permanenti.
1.200 persone sbarcate a Lampedusa in tre giorni sono state rispedite in Libia in quattro e quattr’otto: è stata un’espulsione di massa, senza rispettare nemmeno i termini di legge.

Gianluca Peciola, assessore alle Politiche giovanili Intercultura e Cooperazione e Rapporti internazionali del Municipio XI di Roma, ha preferito puntare la sua attenzione sulla guerra: o si accetta l’evento bellico e si lavora in accordo con esso o si tenta di creare nuove relazioni, anche economiche. È un tema che chiama in causa anche gli Enti locali: occorre fare una scelta di campo.
Il Municipio XI ha preso posizione, unica istituzione al mondo, sul conflitto che oppone la Coca Cola a un sindacato colombiano, il capo era stato assassinato. Venne da quel paese una richiesta di aiuto e, da ciò, il Municipio decidesse di sostenere quel sindacato contro la Coca Cola: è stata vietata la vendita dei prodotti della multinazionale americana in tutti gli uffici e le scuole del Municipio.
L’Ente pubblico è anche impegnato in Chiapas, grazie anche a un gemellaggio con un municipio zapatista.
L’amministrazione sceglie sempre di sostenere progetti di sviluppo autocentrato e che privilegiano la partecipazione.
Secondo Peciola è importante contrastare l’assetto strategico della cooperazione descritto da Lembo, che, oltretutto, finisce per accrescere le disparità tra Nord e Sud.

Per Rossano Salvatore, vice presidente Comunità internazionale di Capodarco, è necessario ragionare sullo stile che il CNCA porta nella cooperazione. Lo stile "dal basso" punta sull’incontro tra le persone: il lievito che produce chi si è sporcato le mani.
La cooperazione della Federazione deve concentrarsi su ciò che sappiamo fare meglio: la creazione di legami comunitari. Occorre farsi compagni di strada, invece che erogare servizi.
Indignarsi, reagire è un punto qualificante dello stile della Comunità di Capodarco in questo ambito, un moto individuale che si fa poi collettivo.
Da qualche tempo la Comunità si è aperta anche all’esterno, a Campagne come "Fame zero", che si concentrano sui "diritti animali", come li chiama Frei Betto: cibo, acqua… o come il Contratto mondiale sull’Acqua o la Campagna contro il turismo sessuale. Non è un caso probabilmente che l’80% degli italiani presenti nelle zone colpite dallo tsunami fosse maschio: si tratta di zone dove la prostituzione infantile è molto diffusa. Salvatore invita gli altri gruppi del CNCA a iscriversi a queste campagne.
Un altro valore forte è la condivisione: a volte, nel Sud, le idee e le competenze ci sono, ma manca l’aiuto economico.
Lo stile del nostro impegno deve essere segnato anche da una progettualità biunivoca.
Infine, Salvatore ricorda che il CNCA, da quattro anni, è membro della Confederazione degli Organismi di Servizio civile: in quest’ambito è possibile attivare una possibilità straordinaria, il servizio civile all’estero, un’esperienza straordinaria di contatto diretto con la realtà del Sud. Si potrebbe prendere un impegno etico: per ogni giovane che si trasferisce al Sud, uno dei paesi poveri viene ospitato da noi in Italia.

Andrea Novelli, presidente UISP Roma, il cui acronimo significa "Unione italiana Sport per Tutti", nessuno escluso.
Novelli condivide l’idea che questo non è il tempo solo, tanto, dei progetti. Anche la UISP sostiene iniziative concrete che vedono coinvolti partner locali (in Chiapas, in Palestina…). In particolare, l’organizzazione opera nel campo dell’educazione. Il comitato romano ha promosso un progetto in Ruanda.
Un obiettivo che la UISP Roma si è dato recentemente è quello di coinvolgere il mondo dello sport in progetti di aiuto. Lo sport può essere un fattore di integrazione tra culture e un veicolo della solidarietà.

Marco Ramazzotti – socio-antropologo, consulente per lo sviluppo rurale di UNDP, FAO, Governo italiano – ha lavorato in 23 paesi africani e in un paese asiatico. È stato impegnato soprattutto nei settori dello sviluppo rurale e delle donne.
A suo avviso, il CNCA può dare molto alla cooperazione perché in quest’ambito c’è molto bisogno di interventi sociali: assistiamo, in molte zone del Sud del mondo, alla disgregazione delle società tradizionali. In Africa, in particolare, tutto si sta dissolvendo.
Nel dibattito fin qui avvenuto, si è detto che la questione dello sviluppo economico è superata, che occorre lavorare per affermare i diritti. Nella realtà, le due cose si combinano. La povertà, infatti, è la povertà: non c’è niente da mangiare, la mortalità dei figli è alta e così quella delle donne. In Africa dobbiamo dare da mangiare: qui l’elemento economico-produttivo rimane centrale.
Lo sviluppo in Asia, invece, passerà per le rimesse degli immigrati.
Se non capiamo la questione della povertà non capiremo quella dello sfrangersi della società.
L’Italia e l’Europa debbono rivedere la loro politica agricola: impedisce l’importazione di prodotti agricoli dal Sud.
Quanto alla delocalizzazione delle unità produttive, essa priva il Nord di opportunità di lavoro, certo, ma viviamo in un mondo così, e questo può offrire nuove possibilità nel Sud.
Ramazzotti, poi, si concentra sul tema delle donne. Sono fortemente discriminate, a cominciare dall’atteggiamento che verso di esse hanno le religioni sessuofobiche. È la discriminazione che genera povertà e violenza.
Come vengono discriminate?
- È l’uomo il guerriero
- È l’uomo che dissoda la terra
- È l’uomo che garantisce la produzione e la distribuzione
- È l’uomo che assicura il rapporto tra la famiglia e Dio
Gli uomini sono a capo delle donne: ma queste regole valgono anche oggi?
Nel Sud si sta vivendo un passaggio epocale: da una fase pre-capitalistica a una fase capitalistica. Le leggi tradizionali, per quanto discriminanti, garantivano alla donna alcuni diritti e risorse: il pezzo di terra, una parte della ricchezza familiare… Oggi questi diritti sono messi in discussione.
Vi è un forte squilibrio tra ciò che le donne fanno e ciò che possiedono: hanno solo il 2% delle terre, il 15% dei seggi in Parlamento, accesso limitato al credito (è il marito che garantisce), meno istruzione, meno diritti.
Manca, poi, all’appello un milione e mezzo di donne. Che fine hanno fatto? Sono state ammazzate.
C’è poi tutta la questione delle famiglie costituite da donne sole: i mariti muoiono in guerra, l’aids semina morte, gli uomini emigrano nel Nord del mondo o vanno a lavorare nelle miniere. Da qui tante, cruciali domande:
- I diritti di proprietà valgono solo per gli uomini?
- Le donne vedove possono essere espulse dalla famiglia del marito defunto?
- Una donna può vendere una mucca (prerogativa dell’uomo)?
- E chi prega se in famiglia manca un uomo, chi media con il divino?
- Chi rappresenta la famiglia presso le istituzioni?
I progetti di cooperazione non tengono conto quasi mai di queste questioni: le donne non guidano un trattore e non usano le pompe idrauliche.
La modernizzazione, conclude Ramazzotti, riduce gli spazi tradizionali delle donne. Un compito fondamentale che dovremmo darci è quello di garantire almeno il rispetto di queste prerogative.

Zappolini conclude la giornata di lavori ringraziando i partecipanti e dando appuntamento a tutti i componenti del Gruppo Tematico Internazionale alla mattinata successiva per una riflessione interna, a partire dagli ottimi contributi offerti dagli esperti invitati.

 
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